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LA STORIA DI CATERINA

Caterina ha 39 anni,  ha avuto da poco una bimba concepita con l’uomo con cui sta condividendo la sua vita e subisce una violenza domestica una notte fra un venerdì e un sabato per un motivo banale. La lite scaturisce per il pianto della bimba che alle tre di notte richiede attenzioni e desidera passare dal suo lettino al lettone di mamma e papà. Caterina chiede al marito di prenderla e coccolarla un po’, dato che lei la mattina seguente deve alzarsi presto per andare al lavoro. Lui si alza controvoglia e, contrariato, comincia a sbraitare; lancia di peso nel lettone la bimba, offendendo nel contempo pesantemente la donna. Le dice che è debole e malata come suo padre, offendendone così anche la famiglia d’origine, ma lei non risponde e lascia cadere nel vuoto le provocazioni, stringe la piccola al seno e la culla nel vano tentativo di attutire il tono della voce graffiante ed offensivo del marito. Lui incalza e le si avvicina sempre più minaccioso. Già in precedenza, diverse volte, si era dimostrato violento e insensibile alle esigenze di Caterina come quando lei aveva scoperto, al secondo mese di gravidanza, di avere un neo atipico che dopo alcuni esami si è rivelato essere un tumore maligno da asportare. Caterina coraggiosa e sempre più sola (poiché non supportata dall’uomo cui aveva scelto di affidare la sua vita) ha deciso di aspettare per l’operazione, temendo di provocare danni alla piccola che portava in grembo con i medicinali e le chemio cui avrebbe dovuto sottoporsi. Una volta nata la bimba, dopo tre mesi, si è sottoposta all’operazione e alla chemioterapia, affrontando tutto nella più atroce solitudine poiché l’unica preoccupazione del marito è stata quella che la donna non avrebbe più potuto allattare la bimba. La vita insieme a quell’uomo si fa ogni giorno più pesante e tocca il culmine  proprio nel periodo in cui lei aspetta la loro bimba voluta da lui perché Caterina aveva già una figlia da una precedente relazione e che lui aveva accolto in casa solo perché la donna non se ne sarebbe mai separata. La ragazzina, 12 anni circa, da quando aveva seguito la madre in quella casa non sorrideva più perché sin da subito l’uomo si è rivelato un padre padrone. Le due, madre e figlia, subivano in silenzio tutte le prepotenze dell’uomo tanto che Caterina viene più volte, durante le frequenti discussioni, spintonata e schiaffeggiata davanti alla ragazzina. Un incubo vero e proprio fatto di sofferenze e di crisi interiori della donna che non trova il coraggio di parlare e denunciare quella situazione di sopraffazione e di aggressività fino alla fatidica notte della violenza. Caterina in quella notte vive momenti di vero terrore perché il marito, dopo averla maltrattata verbalmente, visto che lei non reagisce, si avvicina sempre più minaccioso e comincia a colpirla: sferra un primo pugno che le tocca violentemente l’occhio e lo zigomo destro. Lei rimane senza fiato per il dolore, è incredula e non osa né parlare né respirare, ma altri colpi sempre più pressanti seguono il primo. Lei copre col suo corpo quello della figlia piccola; è terrorizzata al pensiero che uno di quei pugni per sbaglio si abbatta sulla piccola: potrebbe fracassargli il cranio; nel frattempo sente dalla sua tempia destra colare un liquido caldo che individua subito come sangue, allora si sdraia sul letto cercando di fare scudo col suo corpo a quello della bimba che piange disperatamente. Anche lei inizia a piangere e a urlare chiamando a gran voce la figlia grande che accorre prontamente, accende la luce nella stanza e si trova davanti una scena raccapricciante; vede la madre e la sorellina piene di sangue e vede anche lui, il carnefice, tutto insanguinato per le ferite inferte a Caterina con i suoi colpi incalzanti sullo zigomo, sulla spalla, al fianco e al ginocchio. La donna dolorante, piangente, sotto choc chiama il 118 col cellulare. Le viene suggerito dagli uomini dell’assistenza di recarsi da sola, se se la sente, al Pronto Soccorso, in modo tale da evitare un ulteriore accanimento dell’uomo. Lei con l’aiuto della figlia più grande si ripulisce del sangue, si veste e si reca prima dai genitori per lasciare loro in custodia le figlie; poi, sotto lo sguardo attonito dei genitori si reca da sola al Pronto Soccorso dove viene prontamente suturata e medicata e le vengono fatte delle radiografie. Viene poi invitata a tornare la mattina seguente per i risultati. Caterina, sempre più attonita, quasi vergognandosi come se la colpa di tutto l’accaduto fosse stata sua torna dai genitori, accompagna la figlia più grande a scuola e poi si reca nuovamente al Pronto Soccorso. La viene fatta una visita oculistica e subito le viene comunicata la diagnosi: “Rischio distacco retina in tre punti da controllare ogni tre giorni per un mese”. Le viene chiesto se vuole sporgere denuncia. Spaurita e addolorata Caterina chiama un parente avvocato che le suggerisce di lasciar perdere, di far finta di niente. Si sente umiliata, è arrabbiata, si sente sprofondare in un baratro; va dal Maresciallo dei Carabinieri il quale si mostra disponibile a convocare immediatamente l’uomo in caserma, ma lei si spaventa e dice di no. Ha una paura folle di lui e teme per l’incolumità sua e delle figlie; cerca di convincersi che tutto ciò che è accaduto non è successo a lei; ha voglia di piangere, ma non può; vuole e deve essere forte per le sue bimbe. Torna a casa con un buco nello stomaco; lui ha pulito il sangue dal pavimento, ma non ha tolto le coperte e sui muri si vedono ancora gli schizzi del suo sangue. Quella sera prepara la cena in silenzio, ma nessuno tocca cibo. Quando si accorge che il marito va in camera da letto e comincia a togliere coperte e lenzuola sporche come se nulla fosse successo, non ce la fa più,  prende il coraggio a due mani e con voce flebile, ma decisa gli dice che, se rimane lui in casa, va via lei. A quel punto lui abbandona la casa e si reca dai suoi che abitano di fronte. Dopo venti giorni dall’accaduto, Caterina persa, svuotata della sua gioia di vivere, trova il coraggio per recarsi in uno studio legale. La prima udienza per la separazione c’è dopo tre mesi, mentre la prima udienza per la denuncia effettuata dopo due anni, nel frattempo Caterina viene supportata ed aiutata psicologicamente per trovare la forza di uscire dal tunnel dei ricatti che il marito continua a fargli dopo che è andato via di casa, ma ancora non riesce a vincere la paura degli uomini. Lo “stranamore” di un marito violento le ha strappato per sempre la sicurezza e la serenità.   

“‘Lasciatemi solo in una stanza un paio d’ore con uno stupratore e gli insegno cos’è il dolore.’ Ma poi mi calmo e ragiono, che se combatti l’odio con l’odio, vince comunque l’odio. Io non vi perdono ma non meritate la mia rabbia, meritate di marcire da soli in una gabbia, e tu donna reagisci, IL SILENZIO UCCIDE, SE NON LI DENUNCI È IL MALE CHE SOPRAVVIVE.”

Kiave - Il termine esatto ( femminicidio ).

(via jesusinsneaker)
Da @SuppaMaria grazie per la collaborazione. mariasuppa.com

Un pezzo tratto dal romanzo IO E BERSCA di Maria Suppa…  

Diego, un grande amore per Bersca… ma la vita è tutta una sorpresa, anche non desiderata… e l’angelo così tanto amato diventa mostro, poi pentito, più volte arrabbiato e ancora pentito e deluso per gli insulti e le botte date… per aver quasi ucciso l’anima che tanto aveva amato…

Diego, vittima e carnefice allo stesso tempo…  

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